Nardo Pajella, Articoli


La Madonna del Pilar
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Santa Chiara
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"Susanna" - Bronzo

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Autoritratto (Giovanile), 1927

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Quotidiano Libertà - 16 Settembre 1985

Un artista piacentino a ottant'anni dalla nascita

Lo scultore Nardo Pajella in equilibrio fra vecchio e nuovo

Allievo a Brera di Adolfo Wildt seppe rendersi autonomo dalla stilizzazione accademica cimentandosi con altre direzioni espressive – Le sue opere figurano in mostre e collezioni nazionali e internazionali - Una personalità di artista generosa e umana - Morì nel 1968

Ricorre quest'anno l'ottantesimo anniversario dalla nascita dello scultore Piacentino Nardo Pajella (1905-1985). Si tratta dunque di una propizia ricorrenza culturale per illustrare la peculiare figura umana e la copiosa attività produttiva di un artista il cui talento conserva a sedici anni dalla Scomparsa (1968) il fascino intenso e molteplice della creatività segnata dal severo ad estroso gusto della forma plastica, che sovente tocca vertici di superba compiutezza stilistica collocandolo nella folta schiera degli scultori dalla seconda metà del Novecento italiano sui quali si appuntarono già nei problematici Anni '30, giudizi di qualificati critici e scrittori d'arte. fra cui Giorgio Nicodemi, di non facile disponibilità enconomiastica.

Un dato di fatto comunque incontestabile contrassegna a nostro criterio la vicenda sculturale quasi semisecolare di Pajella: pur sentendosi fin dai lontani esordi scolastici ed accademici (Istituto d'arte Gazzola, Liceo artistico Brera corsi superiori di scultura in questo stesso ateneo fino anni '20 sotto la prestigiosa docenza di Wildt) in sintonia con le inquietudini estetiche dei massimi maestri dei Novecento italiano (specie Medardo Rosso e Alberto Martini) l'artista piacentino seppe equilibrare e contenere dentro una consolidante e trepidante «linea di frontiera», le ricorrenti sollecitazioni derivanti dalle tendenze – vecchie e nuove - delle imperanti avanguardie plastiche succedutesi con una aria di caotico nichilismo nel quarantennio di questo dopoguerra in cui fu addirittura profetizzata la «caduta apocalittica dell'arte», come se l'arte non fosse nelle sue stesse categorie di svariata rappresentazione esistenziale, perfino compiuteristiche, perenne fenomeno della creatività umana.

Il curriculum biografico-operativo di Pajella resta pertanto flagrante riprova di un'epoca concretamente storicizzata nelle sue componenti figurative. Dagli Anni '70 ad oggi lo sappiamo bene, molta acqua è fluita sotto i ponti dell'ideologia estetica internazionale. Siamo ormai entrati in pieno «deflusso» post modernista, stagione quanta altra mai ambigua e regressiva della millenaria «civiltà dell'immagine». Come si spiega allora il fascino che esercita tuttora su milioni e milioni di individui d'ogni ceto e condizione culturale l'attuale «anno dagli etruschi», il richiamo enorme costituito da mostre, convegni, dibattiti che si stanno tenendo nelle regioni toscane ed umbre epicentri di quella arcaica cultura itaca di cui solo adesso stiamo riscoprendo le nostre radici autoctone?

I lettori ci scusino queste divagazioni più o meno pertinenti al tema della scultore Pajella, ma che ha comunque qualche - sia pur vaga - ascendenza con l'etruschità della «creta» padana con la quale egli si cimentò.

Tornando al nocciolo della sua lunga vicenda di scultore sembra opportuno sottolineare che Pajella non si racchiuse nel bozzolo aureo dell'accademismo figurativo dì cui peraltro padroneggiava gli stilemi classicheggianti con magistrale perizia tecnico formale, come ne è saggio esemplare il «Ritratto della nobildonna Erminia Antona Traversi», scolpito in marmo e levigato con luminosa grazia psicologica da intimismo aristocratico d'altri tempi.

Pajella si cimentò tra l'altro anche nel bozzettismo di spigliata «pittoricità» espressionista, fino a rasentare talvolta l'informalismo, la grezza essenzialità della materia fittile, trascorrendo dai rigori neo rinascimentali («l'Annunciazione») alle dodici formelle di nervosa sinteticità del bozzetto per il portale del Duomo di Siena, «historie» alte nell'obbligata religiosità dell'assunto narrativo si condensano in convulsa minuziosità grafica.

Dal sacro al profano con quasi incredibile stacco di variazioni sul tema eccolo irrompere con sagace arguzia nello scapigliato costume melodrammatico, di stravaganti atteggiamenti «psicosomatici». nella sfera dalla librettistica incarnati, dai bozzetti per il monumento a Luigi Illica di Castell'Arquato, dove il personaggio di congeniale verismo «bohemienne», con il grande suo «compagnon» Mario Puccini si esibisce in icastiche pose alla Daumier o alla Meunier cariche di autoironica monumentalità.

Rapidi, quanto sommari ed incompleti, cenni alla vicenda biografica dell'artista. Nato nel 1905 a Monticelli d'Ongina, figlio di «artigiani murari» il giovane Nardo apprese i primi rudimenti artistici dipingendo Madonne e Santi protettori sui muri dei cascinali delle plaghe rurali emiliane, specie nella Bassa piacentina e parmense, ingegnandosi quale muratore-imbianchino, ad apprendere le nozioni pratiche del «mestiere dell'arte», preparando colori e polveri come aiutante del pittore triestino Pitacco chiamato a S. Nazzaro per affrescarvi la chiesa parrocchiale.

Fu appunto il Pitacco ad avviarlo ai corsi dell'istituto Gazzola sotto la guida del Ghittoni. Avendo la stoffa innata dell'artista, Pajella concorse e vinse la borsa di studio “Remo Biaggi” conseguita dopo il superamento degli esami di ammissione a tale settore plastico, benché fosse avviato alle discipline pittoriche. Iscrittosi all'accademia Brera ebbe la fortunata occasione di seguire i corsi superiori (1927-1930) sotto la docenza del grande maestro del Liberty italiano Adolfo Wildt, il quale intuì d'acchito le doti dell'allievo, prediligendone le risorse non per retorico filantropismo ma per autentica sensibilità didattica.

Erano tempi duri per la poetica stilizzatrice del Wildt ormai in declino specie con l'insorgere del secondo futurismo dissacratore di F.T. Marinetti. Benché travolto dal gran clamore delle polemiche estetiche, Pajella seppe compiere il salto di qualità strutturale all'ombra discreta ed emarginata del maestro, senza sciottarne pedissequamente i postulati stilizzanti.

Il già citato Nicodemi rievocando nel 1949 l'alunnato dello scultore piacentino annotava «Il Wildt era uno di quei rari maestri per i quali gli scolari sono anime da intendere in tutta la loro complessità Per esercitare sopra di asse un insegnamento dal quale siano risvegliate le energie più segrete e sincere... Mi fece conoscere Nardo Pajella, nulla dello stilismo wildtiano, se non forse in qualche lavoro della prima giovinezza (di cui peraltro non si ha traccia n.d.r.) rimase legato ai suoi modi espressivi».

Tralasciamo in parte ciò che scrisse negli Anni '40 Eva Tea che lo ebbe allievo al Brera, «quando Pajella aveva finito essere lo spauracchio» dell'ateneo, e «i custodi respirarono, la segretaria sentì di avere una preoccupazione di meno». La nota storiografia d'arte si sorprese della tanto chiacchierata scalmanatezza del suo allievo:

«Ma che faceva quel terribile ragazzo? Io non lo so davvero perché verso di me la più disarmata fra gli insegnanti del Brera era buono come un agnello; e buono e bravo lo conosceva Wildt che l'amò come un padre. Ma Pajella aveva anche la passione della giustizia; e faceva il paladino di coloro ch'egli stimava deboli e oppressi... Bontà e cavalleria non si spensero in lui nella battaglia per la vita a cui lo esponeva la sua condizione di orfano, tenuto a fare da padre e da madre ad un giovane fratello, Paiellino, come lo si chiamava in Brera. In Africa si fece adorare dai suoi ascari, per il trattamento fraterno».

Ecco dunque spiegato, al filtro di umana moralità pedagogica, la malintesa «terribilità» di Pajella testimoniata dalla stessa famosa Eva Tea della quale furono allievi devoti alcuni artisti piacentini tuttora viventi, tra cui lo scultore concittadino Secondo Tizzoni.

Vastissima, qui per ragioni di spazio non compendiabile, è la produzione del Pajella, come lo è la sua bibliografia critica, cronistica, espositiva. Resta da dire che nel 1967 ebbe luogo a Piacenza, nella sede degli Amici dell'arte una mostra di succinta antologicità dell'artista con opere comprese tra il 1927 e il 1967, quasi un omaggio premonitorio alla sua non lontana scomparsa. In tale occasione il Consiglio d'amministrazione della Galleria Ricci Oddi deliberò l'acquisto dell'opera «Ragazza sudanese»

Ci esimiamo dal riportare l'elenco foltissimo delle esposizioni, dei premi, dei riconoscimenti dal Pajella conseguiti, nonché delle collezioni nazionali ed internazionali dove le sue opere figurano con incisiva presenza espressiva. Vissuto per quasi tre quarti della sua vita a Milano, dimorando a Seveso, Pajella ebbe sempre il cuore delle passioni e dei ricordi alla sua diletta Piacenza, dove spesso tornava con improvvise irruzioni nostalgiche da «vecio» alpino.

Chi l'ha conosciuto non lo potrà dimenticare per la generosa umanità, per la fiera moralità di artista formatosi alla scuola della vita di cui fu scolaro e maestro.

Gaetano Pantaleoni


MAGIE GENNAIO 1947 – ANNO II

Dopo un decennio di fatiche e di opere Nardo Paiella si dimostra artista di primissimo ordine, per quella sua sensibilità costruttiva, antipolemica, creatrice, dal polso di ferro.

Pur risalendo nel tempo alle sue prime mostre, non vorremmo indugiare sui saggi dei critici precedenti, Piero Gazzola, Dino Bonardi, Camillo Gamba, Salvatore Quattrocchi. Ricorderemo soltanto questo passo di un noto critico d'arte: « la cosa più bella che vorremmo elencare se avessimo più tempo e più spazio è il « Sogno di Malgari », di Armando Paiella, dove c'è quello che comunemente si chiama sentimento. Da quelle palpebre socchiuse si intravede una visione trascendentale, una poesia eterna di tutte le cose, una cieca fissità verso l'infinito, che afferra e trasporta con mille invisibili radici ad un'altra vita più bella, più eterna, più pura ».

Anche noi amiamo in Paiella questa eterna poesia delle cose, e la sua arte è come una rivelazione di noi stessi, della nostra più intima personalità. Anche noi - come dice lo scultore nei suoi ricordi - « abbiamo risalito tante volte il sentiero di capre, per andare verso le cime, fucile a tracolla, volto scarnito e impaludato nel passamontagna; e il sentiero era popolato di fantasmi dal candore di neve. Anche noi abbiamo ritratto nella pellicola del nostro spirito « forte robusta, scolpita
nel granito » la vedetta alpina, fra la tormenta e il sibilo del vento. Anche noi abbiamo sostato dopo la battaglia e ci siamo incantati ai dolce melodico suono di un rustico musico o al singhiozzo lieve di un soldato che modulava il suo pianto per il compagno caduto, per la pietà di sé stesso, dopo l'asprezza della sanguinosa rissa, mentre il sole tramontava all'occaso.

Tutte queste cose che noi esprimiamo con le parole, Paiella ce le ha espresse con la creta, infondendo in essa la luce di un epos degna dei Sepolcri di Foscolo.

Noi amiamo ancora in lui la poesia Donatelliana del « San Giovannino », la dolce sofferenza dei « Bimbo malato », che non si cesserebbe mai di guardare, perché fascinoso ed avvincente nel suo modo quasi pittorico. Paiella è infatti, a volte, molto vicino a Medardo Rosso, con certe sue plastiche fuse nel bronzo e certe sue cere crepite e grezze, sbozzate di pollice: vedi il bronzo dei Bacco giovinetto. Se guardiamo invece ai disegni, vi troviamo la brusca franchezza di un'incisione di Lorenzo Viani (vedi disegno di contadini della Bosnia). Ma Paiella è stato anche scolaro di Wildt e non ha mancato di osservare l'arte del suo maestro, pur rimanendo nella sua completa personalità. Questa si è svolta vigorosa in mezzo a diverse tendenze, non ignorate, ma dominate con forte spirito. Perciò, più che i diversi aspetti del suo divenire, noi amiamo cogliere la sua personalità là dove e più spontanea e sincera, e sentircela vicina al cuore, per quella affinità spirituale che ti fa eleggere il tuo pittore, il tuo scultore. E dicano pure che chi scrive è un mistico e vede l'arte solo con gli occhi del sentimento. Così è: noi non sappiamo guardare all'arte con analisi fredda, perché la sentiamo più grande di noi; non siamo di fronte ad essa che piccoli uomini, alle volte con un pizzico di vanità per la nostra gloriuzza di critici, ma quando ci si picca di essere grandi siamo pigmei che danno l'assalto alle montagne.

Da Paiella ci aspettiamo altre belle opere, come quelle che ha dato, e anche migliori.

Antonio Rossi


Catalogo Mostra Personale Galleria Gian Ferrari (21 aprile - 5 maggio 1937)

E' tornato con l'Africa -nel cervello l'amico Pajella.

Tu non ci sei andato - mi ha detto - vieni almeno nel mio studio e là vedrai l'Africa”.

Sessanta disegni e quattro sculture ho visto.

Noto che Pajella deve aver guardato l'Africa - come si usa dire - con gli occhi aperti; e non è di tutti girare il mondo con gli occhi aperti...

Arnaldo Carpanetti


“Bruno, tutto nervi, capelli coi-vini, occhi mobilissimi, vivissimi, penetrano come due lame, scavano, mettendo a nudo la Tua personalità.

Dinamico, polemico, mordente, parla a scatti incastrandovi ogni tanto una parola detta lentamente.

Anima bruciante, limpida, immaginativa.

Mani che seguono un'onda sonora, dita che si muovono ricamando armonie.

Profilo volitivo di antica medaglia italiana.”

Vittorio Antonelli


Quando modella disegna o dipinge, Pajella non potrebbe farci meglio sentire come una sottile, quasi dolorosa vena dipassione quella che serpeggia sempre in tutto quanto fa, così da giustificarlo quasi al di là delle sue stesse intenzioni:passionefatta di ricordi ed umane sofferenze, più che di vani rimpianti o sterili autocontemplazioni.

Per questo il suo accento, intimo ed accorato, resta sempre sereno: remoto soprattutto da certe attuali complicazioni dell'arte, anzi dello spirito. Atto sempre di fede più che di volontà o di orgoglio, insomma, che ce lo rende caro per quanto di trepido e di commosso ci sa comunicare.

Ugo Nebbia


LIBERA STAMPA” - Lugano, 12 Novembre 1947.
“Mostre d'Arte milanesi” - Galleria Ranzini


Ogni artista tende ad esprimere la propri a visione interiore senza lenoncini o accomodamenti, o consacra ogni sua rinunzia al tormento e alla gioia della creazione. E' il caso dello scultore Nardo Pajella che ci fa pensare, con le sue opere, alle parole di Aldo Manuzio: «Non si pensa quanto sangue costa». Egli è un artista capace di cercare ed amare la sofferenza, quando questa lo porti a tradurre nell'opera il segno della sua commozione e l'evidenza di un significato non transitorio, ma effettivo e sostanziale. Gli sarebbe facile, con la sua perizia tecnica, col possesso
che ha del mestiere, abbandonarsi a compiacenze di stile, a congrui formalismi temporali che gli apporterebbero non pochi benefici d'ordine pratico; ma egli vuole che il suo accento scaturisca libero e spontaneo dalla viva emozione, non effimero né esclusivo.

Già qualche anno fa ci aveva dato il bronzo «Sogno di Màlgari» valido esempio del suo nobile modo di esprimersi; ci diceva, quella scultura, com'egli sapesse già dominare la materia e com'egli se ne servisse per la conquista di una superiore realtà spirituale. Oggi ci dà altre prove del suo lavoro tenace che non conosce smarrimenti; ed ecco «Silvana» e «Bimbo dormente», ecco «Convalescente» e «Donatella»: sculture a ciascuna delle quali l'artista ha saputo dare la propria impronta di aderente e notevole significazione. Ma «Bimbo povero» e «Dolore» qui ci dicono una parola di più in sede estetica, ci danno accenti di commossa comprensione umana e sociale, si svelano come due opere sofferte e «Vissute» in magnifica profondità.

Dagli insegnamenti di un Maestro che fu definito «gotico» il Wildt, Nardo Pajella sa trarre realizzazioni e compiutezze d'indubbia e rilevante entità latina.

G.B. Zaccaria


« RIVISTA DI PIACENZA » - Maggio-Giugno 1937. Visioni d'Africa

... Nelle dure soste obbligate del campo, nelle veglie dell'addiaccio, nel polveroso e ritmico procedere delle carovane, l'Arte gli suggerì accenti maschi, guidò la sua mano a linee essenziali, di una umiltà quasi ascetica, che denuncia, nell'artista, la lunga consuetudine col pensiero della Morte.

A poco a poco, la bisaccia dell'artista soldato, si colmò di una messe prodigiosa di cartelle, la quale, dopo la vittoria, costituì il massimo e l'unico tesoro che questo valoroso intendeva portare con sé, dalla terra conquistata, per farne dono ai più vicini. Nella quiete del ripensamento, gli abbozzi febbrili presero consistenza e colore: il bagliore dei ricordi infuse vita alla materia e soffiò in essa caratteri di eternità; lo studio già abbandonato venne popolandosi di opere, che ultimamente furono oggetto di una mostra individuale.

Per la fede attivamente servita, per la vittoria severamente raggiunta, per la dignità artistica cui aspirò in ogni tappa della vita duramente provata, egli ben meritò questo privilegio che solo agli eletti è riservato: il dono di passare intatto di spirito traverso il roveto della lotta, riportando da essa le mani colme di doni. Questi doni, su cui si indugia ancora qualche bagliore sanguigno, siano accetti alla terra della sua devozione e ne ricantino ancora una volta il peana che nelle grandi suo ore seppero cantarle i suoi figli più generosi.

Arch. Piero Gazzola


« L'ECO INTERNAZIONALE » dell'8 settembre 1949.
SOSTE IN PROVINCIA

*** Oggi, uno scultore, Nardo Pajella, nato a San Nazzaro d'Ongina, in quel di Piacenza, per il destino errabondo che guida gli artisti, modella le sue crete in Seveso, di dove, oltre i pini, l'occhio scorge i lunghi tetti delle fornaci. Egli che ha veduto i suoi massicci alpini modellati in bronzo sostare, nelle gallerie di ogni parte d'Europa, oggi è tentato dalla rossa fornace di Brianza.

Vorrei si persuadesse di tentare di far nascere qui l'antica arte della terra cotta che fece insigne il grande Luca in Terra Toscana.

Io penso che quei volti di bimbi malati, o dolci nel sonno, o quei Cristi dolorosi che appaiono vigorosamente scolpiti nei suoi bronzi, potrebbero avere un particolare risalto nel rosso della terra cotta... Vorrei ricordare qui che quando io visitavo a Burgen Bresse, il tempio che è ritenuto la più alta espressione della rinascenza francese, mi fecero osservare le piastrelle del pavimento del coro. Il costruttore del tempio, Van Boghem, per aggiungere splendore, aveva fatto giungere artigiani di Faenza che in quella plaga di Francia dettero taleprova della loro arte che, Paradin, il cronista del tempo lasciò scritto: "Plait et rit cepavé si fort aux regardants, que l'on a quasi (nel testo) regret de marcher dessus ". L'arte delle ceramiche della Bresse (les faiences Bressanes) che prenderà sviluppo nel 1700, trae origine da quelle piastrelle faentine che nostri maestri artigiani hanno composto;per il pavimento di Burg nel secolo XVI.

*** Noi andiamo chiedendoci chi fu il mirabile artista che frescò il dolce volto della Santa Caterina di Mocchirolo di seicent'anni fa, e i nostri posteri potranno forse chiedersi chi sia stato quel Nardo Pajella modellatore di putti e di ghirlande nel secolo XX in Brianza.

Raimondo Collino Pansa


PREMI:
  • Premio dell'istituto d'Arte Gazzola di Piacenza, 1922

  • Borsa di studio per gli studi d'arte "Remo Biaggi", di Piacenza, 1927 1930

  • Premio Cassani di Brera, 1928

  • Premio Bozzi Caimi di Brera, 1929

  • Premio Beltrami di Brera come miglior diplomato ai Corsi Superiori di Scultura, 1930

  • Premio Fumagalli di Brera alla Vi] Sindacale di Milano, 1930

  • Premio alla Nazionale Coloniale di Roma, 1930

  • Premio alla Nazionale dell'Animale nell'Arte di Roma, 1931

  • Premio della Maternità alla Mostra d'Arte di Novara, 1931

  • Premio delle Corporazioni alla IX Sindacale di Milano, 1938

  • Premio alla XII Sindacale di Milano, 1940

  • Premio alla V Nazionale d'Arte Cristiana all'Angelicum di Milano, 1950

  • Premio ai concorsi Opere d'Arte per il Duomo di Milano, 1951

  • I Premio assoluto di Scultura alla I Mostra della tre provincie, Piacenza, Parma, Cremona, 1953

  • 1 Premio Ministero Industria e Commercio all'Angelicum di Milano, 1953

  • I Premio Incoraggiamento per la Scultura Ministero Pubblica Istruzione" Direzione

  • Generale Antichità e Belle Arti, Roma 1955

  • Premio Acquisto Angelicum, 1955


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Si ringrazia l'amico Giuseppe Fantini per le innumerevoli informazioni raccolte e per l'amore verso la sua terra.

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